Il Parlamento sta discutendo due proposte per riservare alle donne parte dei posti nei consigli di amministrazione. Per questo motivo, con il patrocinio del Ministero per le Pari Opportunità, la Pwa (Professional Women’s Association, a presentato un’elenco di 72 donne manager adatte
ad entrare ad alto livello nei CDA. La selezione dei nomi é stata fatta in collaborazione con l’Università Bocconi e 4 società di executive research. Monica Pesce, presidente della Pwa, ha affermato che “l’Italia é al 28° posto su 32° nazioni per la presenza di donne nei CDA delle aziende quotate”. Gianni Letta, in una lettera, ha affermato che “E’ tempo che le donne siedano nei posti ove si decide”.
Forse cambierà qualcosa? Speriamo.



Questa notizia aggiunge un piccolo contributo di concretezza ad un tema ormai ricorrente e rimasto finora pressoché solo nel limbo delle buone intenzioni.
24 novembre 2009 alle 17:30Nell’attesa che alle belle parole seguano prima o poi anche i fatti, vale però la pena di concederci alcune considerazioni, che sono poi alla sostanza del problema.
Una volta sfatato – forse anche grazie ad elenchi come questo – l’alibi che non ci siano donne ‘adatte’, un primo punto è che i consiglieri di amministrazione vengono scelti dagli azionisti, ed almeno in Italia – anche senza arrivare a parlare esplicitamente di favori fatti e resi – ciò accade molto più spesso in base a considerazioni di ‘rapporti fiduciari’ o di ‘equilibri di potere’ piuttosto che a causa di una competenza effettiva nel ruolo. Ed è illuminante al riguardo la poca fortuna che hanno avuto finora nel nostro Paese i cosiddetti consiglieri ‘indipendenti’. E’ probabile che per molto tempo la competizione con gli uomini possa dunque trovare uno spazio ‘vero’ solo in quella ristretta nicchia, che sembra la sola in cui, nella sostanza, può esserci spazio per il merito più che per la compiacenza. Ed è difficile capire come ciò riuscirà a conciliarsi con un obiettivo di ‘quote’.
Un secondo punto è il tipo di ‘selezione’ che può portare ad occupare posizioni nei CdA. Senza esasperare differenze che sono probabilmente più culturali che di genere, occorre comunque mettere in conto che oggi la maggioranza delle donne che ‘fanno carriera’ emerge per una bravura intrinseca, e perciò ‘tecnica’, più che per la volontà o la capacità di ‘fare network’, cioè di partecipare ad un gioco di potere fine a se stesso. Sarà necessario quanto meno un robusto cambiamento di mentalità, ed è da capire quante donne lo considereranno un vero miglioramento, almeno nel breve termine.
Un terzo punto, che è forse solo un sottoprodotto della competizione, è che almeno per un lungo periodo iniziale questo percorso sarà un cammino seminato di trappole, dove il minimo errore verrà strumentalizzato dai detrattori senza pietà per esasperare le presunte inadeguatezze rispetto al ruolo.
E questa sarà probabilmente la parte più difficile e più ‘velenosa’ di tutta la sfida, perché non dobbiamo dimenticare che il vero problema che si gioca su questa partita non è quello di aggiungere semplicemente qualche poltrona in più intorno ad un tavolo già molto affollato, ma quello di obbligare a fare spazio ad un certo numero di donne facendo loro occupare poltrone oggi saldamente in mano a uomini. E gli esclusi non ne saranno felici, né saranno probabilmente inclini a mostrare solo un cavalleresco fair-play.
[...] ancora maggiore. Siamo sicure che sarà un grosso successo! Ed ogni volta che prese dallo sconforto per le pochissime donne presenti nei cda rischiamo di abbatterci e perdere le nostre sicurezze, forse riflettere sul successo della nostra [...]
8 gennaio 2010 alle 17:50