Un articolo su Repubblica di oggi dal titolo “Rivoluzione nel modo del lavoro – USA, le donne battono gli uomini” ha attratto la mia curiosità e attenzione ma già dalle prime righe ho capito che c’era poco da esultare se la percentuale di occupazione femminile negli USA ha superato, o meglio stia per superare, quella degli uomini è dovuta ai tagli sul lavoro che la crisi ha procurato e cosa c’è da stupirsi se le cifre del lavoro part time sono decisamente superiori rispetto a quelle degli uomini!

e perché non aggiungiamo che sono stati “fatti fuori” gli uomini perché avevano salari
più alti delle donne?

Non è questo che noi perseguiamo. Se è stata la crisi a tagliare i posti occupati in maggioranza da uomini per tradizione, per maschilismo, per mancanza di concetti quali le  pari opportunità e la meritocrazia, bene allora non c’è davvero da gioire.

Il commento dell’economista Heidi Hartman non mi sembra opportuno “Per arrivare a questo punto (ma quale punto!) è stata una lunga, storica fatica” : il traguardo è ancora lontano e la verifica la faremo solo quando la ripresa economica, che ci auguriamo arrivi presto per uomini e donne, sarà a regime.

Solo allora vedremo quale sarà la percentuale delle donne nel mondo del lavoro, quali posti occuperanno (sempre e solo in quelle tradizionalmente occupati dalle donne?), e se i loro salari saranno come quelli degli uomini, come dovranno dimostrare le loro capacità  e competenze per guadagnarsi un avanzamento di carriera, se sussisteranno situazioni di mobbing, quali saranno le cifre delle donne che dopo la maternità abbandoneranno il lavoro, quante di loro dovranno farlo per curare un anziano in casa, quale sarà la qualità dei servizi a loro supporto, quale
la qualità della loro vita nella conciliazione tra lavoro, famiglia e sfera personale ( un pochino di tempo per pensare un poco anche a sé stesse sarà sempre un reato?), insomma il cambiamento sociale non è ancora a portata di mano.