Siamo felici di ospitare nel nostro blog un post di Massimo Fiaschi, Segretario Generale di Manageritalia, dal blog Pensioni @ Manageritalia, sul tema del welfare e dell’allungamento dell’età pensionabile delle lavoratrici del privato.

Negli ultimi giorni sono apparse sulla stampa due novità rilevanti nel panorama delle politiche di welfare, ovvero la proposta di estendere alle donne lavoratrici del settore privato l’allungamento dell’età pensionabile e i progetti di legge bipartisan in discussione presso la Commissione Lavoro della Camera che istituiscono il congedo di paternità.
Riguardo alla prima novità va detto che le proponenti, l’economista Fiorella Kostoris e la parlamentare Emma Bonino, inseriscono la loro proposta in un progetto più ampio che intende utilizzare i risparmi che si conseguirebbero spostando in avanti l’età pensionabile delle donne per offrire alle donne un sistema di servizi di cura e assistenza ai familiari, consentendo l’aumento del tasso di occupazione femminile.
In particolare la loro idea è quella di mutuare dall’esperienza francese il modello dei Csu (Chèque emploi service universel), ovvero dei “buoni servizio” il cui costo viene sostenuto dallo Stato e dalle aziende, spendibile dalle famiglie per utilizzare servizi di cura, ovvero badanti e baby sitter.
Questo tipo di modello, che in Italia si sta affacciando gradatamente a livello aziendale (ma solo su iniziativa di aziende particolarmente sensibili al benessere dei propri dipendenti) potrebbe essere una delle soluzioni per aiutare economicamente le famiglie e in particolare le donne, sulle quali si riversa la cura dei propri congiunti e della casa.

Una soluzione possibile, ma che non ci trova d’accordo.

Uno dei motivi per i quali il Ministro del lavoro non intende estendere l’allungamento dell’età pensionabile alle donne che lavorano nel privato risiede nel fatto che l’impiego pubblico e il lavoro privato non sono tra loro entità sovrapponibili, poiché il primo ha, sostanzialmente, la tutela reale del posto di lavoro e il secondo no.
Se una lavoratrice del privato dovesse perdere l’occupazione prematuramente rispetto al momento della quiescenza, rischierebbe di arrivare all’età pensionabile in stato di indigenza. Inoltre proprio le condizioni contrattuali di lavoro sono spesso profondamente diverse, in termini di orario, tutela della maternità, calcolo del trattamento pensionistico etc.
Un’eventuale (e non auspicabile) estensione anche nel privato dello scalone pensionistico per le donne dovrà necessariamente essere attuata in maniera diversa rispetto a quanto sta avvenendo nella PA.
Innanzitutto la scelta non dovrà essere imposta per legge, ma dovrà essere rimessa alla persona. Devono essere le donne, sulla base delle proprie convenienze personali, a decidere se andare in pensione prima, con una penalizzazione sulla prestazione pensionistica o successivamente, con un aumento dell’importo.
In secondo luogo dovrebbe essere comunque prevista una flessibilità dell’uscita dal lavoro; Manageritalia da anni propone una “forchetta” per il pensionamento sia degli uomini e sia delle donne, che vada dai 62 ai 67 anni.
In terzo luogo riteniamo che il modello proposto da Emma Bonino e dalla Kostoris vada rovesciato, ovvero prima è necessario che lo Stato organizzi un sistema di servizi rivolti alle donne e alle famiglie (i voucher potrebbero essere utili sotto questo profilo, ma anche un sistema fiscale più leggero, incentivi al part time, orari più flessibili, banca ore per tutti i CCNL, un miglioramento della normativa dei congedi parentali, etc.) e poi si potrà parlare di allungamento dell’età lavorativa.
Recentemente un articolo di Marco Panara su Repubblica poneva in evidenza come la spesa per il welfare si basi quasi esclusivamente, nel nostro Paese, sulla spesa pensionistica, mentre resta sempre molto contenuta la spesa per la cura a bambini, anziani e non autosufficienti e per il sostegno al reddito dei lavoratori disoccupati.
Ebbene se le nonne dovessero restare più anni al lavoro, lo Stato dovrà aiutare i giovani occupati che non potranno più contare sull’aiuto dei genitori per crescere i figli.
E tutto il discorso si sposterà sul reperimento delle risorse.