Secondo il Rapporto Ocse sull’imprenditoria, le italiane sono al secondo posto in Europa per numero di imprenditrici: il 16% delle donne che lavorano sono lavoratrici autonome o imprenditrici (contro una media europea del 10%), con il risultato che quasi il 27% delle aziende italiane sono intestate a donne.
In particolare, questo 16% di donne che lavorano in proprio si compone di 12,62% di lavoratrici autonome con partita iva e 3,62% di imprenditrici titolari di azienda.
Entrepreneurship at a Glance 2012
Partiamo dalle lavoratrici autonome. Sono freelance, collaboratrici esterne di attività strutturate, come studi professionali o aziende: la grafica pubblicitaria, l’avvocato, la presentatrice Avon, la programmatrice. Le imprenditrici sono il passo successivo, talvolta nato come evoluzione della partita iva: il punto vendita in franchising, l’agenzia di eventi, più raramente l’azienda produttrice.
Perché ci si mette in proprio?
- Per necessità, perché un lavoro da dipendente non si trova e così decidi di inventartene uno.
- Per necessità, perché non sai come gestire i figli, mancano i nidi, l’azienda non dà il part-time e così rinunci al lavoro per occuparti dei bambini (il 40% delle donne con figli con meno di 15 anni non lavora – dati Istat 2010).
- Per scelta, perché sei stufa di capi che cambiano, ma la promozione non è mai per te e ogni volta devi ridimostrare tutto di nuovo.
- Per scelta, perché in azienda si è sempre più precari e allora tanto vale giocarsela in prima persona, costruendo sulle proprie competenze e su quello che sai fare.
- Per scelta, perché sono anni che avevi quell’idea in testa e finalmente è venuto il momento giusto per realizzarla.
Nel 2011 sono nate circa 10mila nuove imprese gestite da donne, in prevalenza nel Centro Nord. Il tasso di crescita è stato del 10,7% rispetto
all’anno precedente contro lo 0,2% registrato dalle imprese maschili.
Io ci farei un pensierino…






Leggendo il suo articolo sembra quasi che di imprenditrici donne ce ne siano troppe ma la realtà è ben diversa.
Anche considerando il dato da Lei riportato come corretto, credo che ci sia ben poco da rallegrarsi ad affermare che il 16 % delle donne che lavorano sono lavoratrici autonome o imprenditrici, ossia che l’84% delle donne che lavorano sono delle lavoratrici dipendenti.
Le faccio notare che equivale a dire che 7,52% delle donne in età lavorativa ha deciso di essere una lavoratrice autonoma o imprenditrice (considerando che il 47% delle donne in età di lavoro sta lavorando) mentre il 92,48% o lavora come dipendente o è a casa e attende un lavoro da dipendente.
Alcune considerazioni:
1)La donna cerca quindi un lavoro dipendente e quando non lo trova resta a casa. O mi sbaglio?!
2)Le ricordo che ci sono molte agevolazioni per l’imprenditoria femminile, sono questi i risultati?!
3)Le ricordo che tra quelle lavoratrici autonome ci sono molte partite iva cosiddette “mascherate” quindi la percentuale reale è ancora più bassa.
4)Faccio presente che in Italia durante il 2009 avevamo circa 8.800.000 partite iva (comprese le inattive) ora diminuite per effetto della crisi. Se il 76% di queste sono maschili ossia circa 6.688.000 significa che togliendole dall’occupazione maschile gli uomini sarebbero meno occupati delle donne.
http://www.corriere.it/economia/09_maggio_06/divico_partita_iva_d4110e9c-3a05-11de-9bf9-00144f02aabc.shtml
5) Lei sostiene che tasso di crescita delle partite iva femminili è stato del 10,7%. Ho fatto un pensierino e invito lei a riflettere. E’ comodo usare la percentuale di incremento quando il numero è bassissimo.
Mi spiego meglio, i maschi per far salire la percentuale della stesso valore dovrebbero aprire oltre 3 volte il numero delle partite iva delle donne proprio perché il loro numero è già elevatissimo.
Donne imprenditrici: necessità o scelta?
14 giugno 2012 alle 18:03La mia risposta è che dovrebbe essere un obbligo e lo si potrebbe raggiungere discriminandole dal lavoro dipendente.
Rispondo volentieri ad alcune sue sollecitazioni:
1) Lei mi chiede se è vero che le donne prima cercano un lavoro dipendente e quando non lo trovano restano a casa. Non voglio dare un giudizio di valore se sia meglio lavorare come dipendenti o come imprenditori, ma mi sembra che la cultura dominante in Italia sia quella di prima cercare un lavoro dipendente e poi nel caso di creare una propria attività (salvo avere già un’attività in famiglia). Questo per uomini e donne, semplicemente perchè quando si è freschi di studi è più facile iniziare a impare un mestiere lavorando per terzi.
2) Come Lei ricorda, esistono si le agevolazioni all’imprenditoria femminile, ma allora anche all’imprenditoria giovani! Le rigiro la domanda: con questi risultati?
3) Riguardo alle partite iva mascherate, perchè in realtà trattasi di lavoratori dipendenti, il tema è stato ben portato alla ribalta nel dibattito sulla riforma Fornero.
4) Invece, Le faccio notare come alcune partite iva sono di persone che hanno già un lavoro dipendente o una pensione, quindi non è detto che se in Italia ci sono 6.688.000 partite iva intestate a uomini, questi ultimi hanno meno lavori dipendenti delle donne.
5) Ho segnalato che il tasso di cresceta delle imprese intestate a donne è superiore a quello degli uomini, per sottolinere un nuovo slancio di imprenditorialità femminile, non per spirito di competizione.
Piuttosto, Lei suggerisce di discriminare le donne dal lavoro dipendente, obbligandole a fare le imprenditrici?!?
La sua non è una provocazione, ma un dato di fatto: le donne sono già discriminate nel lavoro dipendente e sono già spesso lavoratrici autonome per forza, magari pure in nero.
Le donne vogliono lavorare!
Silvia Pugi
15 giugno 2012 alle 12:27cara silvia e caro claudio, da imprenditrice de Sud, devo rispondere che apparentemente avete ragione entrambi ma non per tutto.
15 giugno 2012 alle 16:03le provocazioni sui numeri lasciamoli ai giornali che fanno sttistiche,
Qui volevo solo aggiungere una cosa..
Imprenditrice per necessita’ ( e quindi concordo con Silvia) ma anche per virtu’!
diciamolo tranquillamente .. la donna imprenditrice ceh sia calata in un azienda familiare o che sia sovvenzionata dai finanziamenti o che per necessita’ impara il ” mestiere” come dipendenti in altra azienda e poi si reinventa un azienda è un fondamento oggi, fondamento nel senso che i numeri di cui parlate sono solo in parte veritieri ma non rappresentano le realta’ aziendali portate avanti da donne che oggi sanno gestire, sanno scegliere, sanno investire al pari dell uomo.
l ultima frase del sig claudio è veramente poco realista e molto deludente. in quanto donna imprenditrice , non potrei fare mai a meno dei miei preziosi collaboratori( maschi e donne) che pur essendo dipendenti sono responsabili nel loro lavoro e rappresentano il valore e la crescita della mia azienda.
Sig.ra Pugi, dire che le donne sono discriminate (quando secondo i suoi dati l’84% di quelle che lavorano sono delle lavoratrici dipendenti) mi fa sorridere e non sono l’unico a farlo.
I DATI LO DIMOSTRANO!
SU 9.436.000 DONNE CHE LAVORANO CIRCA L’84% SAREBBERO DIPENDENTI (secondo quanto lei stessa sostiene).
SU 13.517.000 UOMINI CHE LAVORANO LE PARTITE IVA DOVREBBERO SUPERARE I 6 MILIONI perché sono circa 76%. Chi è ad essere più assunto?
Se le donne vogliono veramente lavorare, invitiamole ad aprire la partita iva come hanno fatto i colleghi di sesso maschile, così potranno sfogare il loro desiderio di comando e dimostrare a tutti di che “pasta” sono fatte.
La mia sensazione è però che molte donne siano “costrette” a lavorare (e che solo qualcuna intenda farlo per scelta). Costrette perché si è distrutta la famiglia e forse, in futuro, anche la possibilità di convivere.
Quando si è soli i consumi raddoppiano e le persone che costituivano la coppia (non essendolo più) sono costrette a comprare due prime case, due auto, due assicurazioni, due arredamenti, 4 televisori, 2 abbonamenti internet, qualche seconda casa in più etc. etc. In breve si consuma il doppio e si spreca il doppio e come già detto si raddoppia l’offerta di lavoro facendo scendere le remunerazioni. Queste remunerazioni più basse a loro volta “costringono” al lavoro anche le donne sposate con una famiglia proprio perché lo stipendio del marito non basta più.
Perché l’incentivo all’assunzione dell’uomo non vi piace? Le aziende avrebbero comunque un vantaggio. DEL RESTO SONO LE IMPRENDITRICI CHE MANCANO NON GLI IMPRENDITORI. Hanno provato con gli incentivi non funziona, proverei a “costringerle”
E vi ripeto,…….. potrebbero dimostrare di che “pasta” sono fatte.
15 giugno 2012 alle 17:32Esistono anche le donne ricche con elevate possibilità di investimento, non solo uomini.
Da dirigente ed imprenditrice del sud volevo sottolineare che:
19 giugno 2012 alle 13:11dal mio punto di vista oggi le donne sono più motivate a rischiare rispetto agli uomini.
Gli incentivi/agevolazioni non funzionano, le pratiche sono complesse ed il più delle volte
le richieste vengono bocciate, mancano di corretta informazione ed in realtà i funzionari che
dovrebbero aiutare i giovani e/o le donne non sono all’altezza del ruolo.
Non litighiamo!!! In realtà oggi in Italia sull’opportunità lavoro ci sono poche idee e confuse!!