Downshifting è la parola che va di moda adesso tra i manager, come sostenuto anche da un post di Simone Pizzoglio sul blog Crisi e Sviluppo. Letteralmente significa “riduzione del proprio stipendio a fronte di un minor impegno lavorativo”: lavorare meno e guadagnare di meno.

Ma concretamente può avere tante sfumature.
C’è chi, stanco di sentirsi schiavo di orari e impegni che non lo interessano più, decide di cambiare vita per dedicarsi alle proprie passioni (simbolo di questa tendenza è Simone Perotti, che ci ha pure fatto un libro “Adesso basta”).
C’è chi, e sono i più, si trova ad essere vittima della crisi della propria azienda e, da manager licenziato, inizia a lavorare come consulente, facendo di necessità virtù.
Ma, da molto prima della crisi, le vere esperte silenziose del dowshifting sono le neo mamme. Quante donne con buone posizioni in azienda, dopo la maternità hanno brigato per lavorare un po’ di meno? Quasi tutte sognano di uscire dall’ufficio nel primo pomeriggio, in tempo per andare a prendere i figli a scuola. Qualcuna ottiene il part-time (impresa non sempre agevole), spesso rinunciando a parte delle responsabilità della propria posizione; le più intraprendenti e fortunate riescono a passare in aziende più piccole, dove mantenere lo stesso livello di contenuti del lavoro, lavorando due o tre giorni alla settimana; alcune entrano nelle onlus, vere miniere di talenti al femminile in part-time.
Purtroppo, quella delle neo-mamme è spesso una parabola discendente. Si lascia un lavoro gratificante e impegnativo, si inizia un’attività ad orario ridotto, meno soddisfacente e meno remunerata, e dopo un po’ ci si dice che “per quei quattro soldi che mi pagano” tanto vale fare la mamma a tempo pieno e dedicarsi un po’ di più a se stesse. Vi ci ritrovate?
Questo non è dowshifting, è spreco di risorse!
Il Gruppo DonneManager sta portando avanti delle proposte per aiutare le neo mamme a restare nel mondo del lavoro. Dateci un’occhiata e magari diteci se ci stiamo muovendo nella direzione giusta.