Rimango sempre affascinata da come Isabel Allende riesca ad esplorare gli animi umani mettendoli a nudo di fronte al lettore, scatenando così intense emozioni.
Il fatto poi che la narrazione riguardi spesso le peripezie di donne forti e coraggiose, completa il fascino che i suoi romanzi esercitano su di me.

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Qui la storia di Zarité, nata schiava a Santo Domingo nell’epoca colonialista a cavallo tra Sette e Ottocento.
Ci sono donne che nascono per affrontare battaglie che sembra impossibile vincere perché sono contro l’ordine costituito delle cose, ma forse tutto l’insegnamento e lo spunto di riflessione del romanzo è proprio nel fatto che tutto si può combattere tranne l’ordine naturale delle cose (morte, malattia). Ciò che è frutto della mente (talvolta perversa) dell’uomo come la schiavitù ed altre ingiustizie, possono essere combattute, anche se farlo procura dolore e morte.
Affrontare e superare il dolore è talvolta impossibile ed altri personaggi del romanzo non riescono proprio a farlo:

…Alla sua età nessuno muore per il cuore spezzato. Camminando e camminando per il mondo si consolerà poco alla volta e un giorno si renderà conto che non si può scappare dal dolore; bisogna imparare a portarlo dentro di sé, perché non sia d’impaccio.

Invece Zarité che si conquista la sua libertà, arriva a quarant’anni con tanto dolore nel cuore il cui peso riesce a sopportare perché si è allenata fin da piccola a farlo per continuare a combattere nonostante la paura.

La musica è un vento che si trascina via gli anni i ricordi e la paura: quell’animale acquattato che mi porto dentro

E ballando al suono dei tamburi, Zarité perde la coscienza del peso del suo dolore e il suo animo vola e se ne va al galoppo a trovare i suoi morti nel suo paradiso: l’isola sotto al mare.