Pubblichiamo oggi un commento di un nostro collega, Giovanni Maio, che ci piace riportare sull’iniziativa “Un Fiocco in Azienda“.
Sono trascorse alcuni mesi dall’evento “Un fiocco in azienda” organizzato al teatro Litta dal Gruppo Donne Manager di Manageritalia Milano e, ormai depositatasi l’emozione suscitata da quella serata, c’è forse spazio per qualche pensiero a ruota libera, aiutato dal fatto che è diverso conoscere l’esistenza di un problema solo intellettualmente (era il mio caso fino a quella sera), o essere invece costretti a riflettere dopo aver toccato con mano fatti, numeri, e perfino esperienze dei relatori e degli ospiti saliti sul palco.
L’indagine presentata dalla dr.ssa Valentina Fenaroli, la relazione letta dalla dr.ssa Viviana Garbagnoli, le parole accorate del prof. Giorgio Vittori, l’analisi del prof. Giuseppe Pellizzari e le testimonianze di alcuni ospiti hanno ricordato al pubblico che la maternità delle donne in azienda non si può ancora definire un momento tranquillo della loro vita professionale e, fatto ancora più grave, hanno puntato i riflettori sull’aspetto, spesso sottovalutato se non del tutto taciuto, della depressione post-partum che colpisce un numero significativo di donne.
Preso allora atto che il problema è reale e che in particolare, ancorché relativamente bassa, l’incidenza della depressione post-partum non è proprio marginale, il primo pensiero è che o si riesce ad intervenire efficacemente ed in fretta, o il fenomeno è destinato probabilmente ad aggravarsi, perché le sue cause sembrano essere molteplici, e tutte in qualche modo collegate al tipo di società e di vita verso cui siamo sempre più indirizzati.
Se diamo un occhio al passato, infatti, in tempi ancora relativamente recenti (tre, quattro generazioni fa) per la quasi totalità delle donne l’atto di divenire madre era forse l’unico momento davvero gratificante di una vita per il resto non particolarmente ricca di soddisfazioni né sul piano sociale, né sul piano personale: poche o nulle libertà di scelta, pochissima autonomia personale, nessuna autonomia economica, numerose carriere professionali precluse, e di conseguenza anche percorsi di studio molto circoscritti. In tal senso, il fatto che solo dopo la fine della seconda guerra mondiale sia stato esteso anche alle donne italiane il diritto di voto è solo l’elemento esteriore, quasi folcloristico, del fatto più generale che fino a non molto tempo fa le donne non si vedevano quasi mai riconosciuta una dignità propria, ma erano in qualche modo solo riflessi di un ‘capo famiglia’ (prima il padre, poi il marito, in assenza di entrambi il fratello o perfino il figlio maggiore) che ne costituiva il vero, e spesso l’unico, riferimento sociale.
Questa situazione personale aveva poche contropartite, ma in qualche modo poteva almeno offrire alle donne una qualche ciambella di salvataggio psicologico in alcuni momenti traumatici della vita femminile, e specificatamente al momento della nascita di un figlio e nei mesi immediatamente successivi.
Da un punto di vista sia sociale che personale, infatti, la vita avveniva pressoché tutta all’interno di una comunità, che garantiva allo stesso tempo gratificazione, formazione e sostegno al ruolo, aiutata paradossalmente proprio dal fatto che la nascita di bambini era lo scopo largamente prioritario della donna: i figli nascevano in casa, all’interno della famiglia allargata, e l’ambiente domestico dava ‘normalità’ alla nascita; le bambine si trovavano esposte fin dall’infanzia a questo evento familiare, reso ancor più naturale dalla frequenza delle nascite; la donna incinta era oggetto di attenzioni particolari all’interno della famiglia; il contorno di mamme e zie garantiva in ogni momento aiuto ed esempio, particolarmente nei mesi subito dopo la nascita; ed infine, per quanto tragico possa apparire, perfino l’eventualità che il bambino non fosse in buona salute o non riuscisse a sopravvivere fino all’età adulta esercitava sulle mamme una pressione emotiva relativamente più sostenibile, grazie alla numerosità dei figli ed al contesto prevalentemente contadino in cui si svolgeva la vita.
Per una serie di circostanze, peraltro non tutte ancora pienamente ‘metabolizzate’ e fatte proprie dalla totalità degli uomini (e perfino da una parte delle stesse donne), negli ultimi decenni l’orizzonte femminile è cambiato ed ha potuto allargarsi al di fuori delle mura domestiche e della famiglia, consentendo ora anche alle donne aspirazioni e dignità pari a quelle degli uomini.
Questa evoluzione positiva, però, è avvenuta in concomitanza con un insieme di cambiamenti sociali e personali che si sono rivelati per taluni aspetti controindicati, e che ‘stanno giocando contro’ alle donne anche nei casi in cui sarebbero positivi e generati solo da ‘buone intenzioni’.
Un primo fattore di difficoltà è la progressiva disgregazione del contesto sociale di riferimento, con la scomparsa della cosiddetta famiglia allargata e con l’affermarsi di stili di vita che esaltano, ed a volte esasperano, l’importanza dell’individuo, accentuandone gli spazi di libertà e di affermazione personale, al prezzo però di un obbligo sempre più spinto di autosufficienza e con un rischio via via crescente di ‘solitudine’ psicologica.E’ stato trasferito pressoché totalmente dalla famiglia alla scuola il compito della formazione dei giovani fino alla loro età adulta; si sono attenuati i momenti di aggregazione tra genitori e figli all’interno delle mura domestiche; si è spostato dalla famiglia ai media ed al gruppo dei coetanei il compito di individuare ed affermare modelli di riferimento negando fino a farlo scomparire il valore dell’esperienza intergenerazionale; si è affermato uno stile di vita sempre meno incline alla gestione delle difficoltà e sempre più orientato al loro rifiuto, di pari passo con un’insofferenza verso i doveri nel medio termine ed una esasperazione del soddisfacimento dei diritti nel breve. Tutto questo non aiuta gli individui, che rischiano di trovarsi a volte impreparati e spesso relativamente indifesi di fronte a difficoltà inattese o a fatti della vita che escano al di fuori della normalità quotidiana.
Ed in questo scenario enormemente più complesso, più articolato e perfino più competitivo il prezzo richiesto a quella che mi ostino a chiamare l’altra metà del cielo è sicuramente molto più alto, perché l’apertura di nuovi spazi non si è accompagnata ad una ridefinizione dei ruoli, ma si è per lo più sovrapposta ai vecchi compiti, resi più ardui e più gravosi dal venir meno di molti dei sostegni che in passato ne rendevano in qualche modo più sostenibile la responsabilità e l’esecuzione, e che non sono stati sostituiti da nuove alternative.
Così, da un lato le donne si trovano aperta la strada di una possibile carriera professionale propria, e sono spesso addirittura obbligate ad intraprenderla da necessità economiche obiettive prima ancora che da ambizioni personali, ma devono poi affrontare incomprensioni, sospetti ed ostacoli da parte di uomini per lo più restii a vedere ampliata la platea di competitori con cui dovrebbero confrontarsi ed insofferenti alla rimessa in discussione di diritti e ruoli ‘comodi’ e consolidati da secoli di abitudine.
Dall’altro, le donne si ritrovano addosso pressoché invariato il carico di compiti e responsabilità più tradizionalmente ‘proprie’ – la cura della casa, la crescita dei figli, l’assistenza di malati ed anziani -, con in più l’aggravante che l’evouzione sociale intervenuta nel frattempo ha trasformato in gravoso e solitario impegno della ‘famiglia ristretta’ (ma più spesso della sola donna) quello che, ancora fino a poche generazioni fa, era un dovere condiviso da tutta la comunità al cui interno la famiglia era inserita.Quanto l’aspetto fisico di questo accresciuto aggravio individuale possa pesare sulle donne e quanto la ridefinizione dei ruoli renda indispensabili ed imprescindibili una diversa conciliazione dei tempi e la disponibilità di servizi di sostegno adeguati ed economicamente sostenibili è da tempo oggetto di attenzione, di studi e, talvolta, di proposte concrete.
Rimane invece un po’ più sotto silenzio, quasi relegato nell’ambito delle patologie individuali, l’aspetto dello stress psicologico latente sotto la pressione continua di aspettative e situazioni spesso antitetiche, e talvolta conflittuali al punto di poter far mettere in dubbio ad alcune donne perfino la propria adeguatezza rispetto a momenti traumatici della loro vita.E, forse, nel nuovo contesto in cui si svolge la vita femminile, un momento traumatico per eccellenza è diventata ogni nuova nascita, per il modo in cui oggi viene gestita, e per le conseguenze che essa si trascina inevitabilmente con sé.
Come effetto di una maggiore attenzione a salute e sicurezza, infatti, un primo problema è che le nascite non avvengono più in casa, ma all’interno delle strutture sanitarie, e questo è un miglioramento obiettivo rispetto al passato, perché ha aumentato enormemente la possibilità di tenere sotto controllo ogni possibile imprevisto fisico associato al parto.
Accanto ai benefici, questo cambiamento ha però provocato una sottile modifica psicologica, perché gli ospedali sono tipicamente luoghi di cura delle malattie, e questo ha creato un collegamento che non era mai esistito prima tra malattia e gravidanza e che, anche se nessuno lo dice mai, è lì, ed è un tarlo che rode. E, se diventa una ‘malattia da curare’, la nascita perde qualcosa della sua cornice gratificante, e diventa un po’ più un fastidio, in cui la donna smette di essere l’indiscussa protagonista, e diventa l’oggetto del lavoro dei medici, gestito con i tempi e con i modi normali delle strutture sanitarie.
Non deve essere allora per caso che negli ospedali sempre più nascite avvengano nei giorni feriali, e in orari ‘diurni’; non deve essere per caso che una percentuale di nascite così abnorme venga ‘aiutata’ per via chirurgica ad avvenire in momenti ‘comodi’ (il 40% di parti cesarei nel nostro Paese sarebbe incomprensibile, altrimenti); ed è sintomatico il poco rispetto per il corpo femminile implicito in questo abuso della chirurgia da parte di una classe medica che già qui da noi non è incoraggiata neppure ad applicare la terapia del dolore.Dopo di che, la donna si ritrova a casa con il bambino, ed è costretta a toccare con mano qualcosa che media e pubblicità non l’avevano preparata ad affrontare: il simpatico pupattolo non è solo il cucciolo sorridente degli spot televisivi, ma è in realtà un piccolo essere che deve essere nutrito, ripulito, accudito, coccolato, curato quando si ammala, con bisogni ed orari propri che non sono necessariamente sempre e solo quelli della mamma, e che non può essere ‘spento’ e messo da parte quando doverne avere cura diventa troppo difficile, troppo faticoso, o semplicemente insopportabile.
Con un po’ di fortuna la donna ha qualche aiuto dalla propria madre, in casi ancora relativamente eccezionali può contare sull’aiuto di un compagno (più spesso solo sulla sua comprensione), e se vive in luoghi fortunati e gode di una adeguata disponibilità economica può sperare in un contorno di servizi che sono comunque solo il lavoro di estranei senza legami emotivi.
E questo scenario è solo una sfaccettatura di un quadro irreversibile e molto più complesso che, insieme ad una drastica diminuzione del tempo libero, comprende un diverso posizionamento verso le relazioni familiari e sociali, verso la carriera professionale, verso sogni e desideri e, più in generale, verso la gestione autonoma del proprio futuro.
Siamo abituati a credere che le donne abbiano in sé una forza ed un equilibrio interiore sufficienti a rendere qualsiasi livello di stress solo un faticosissimo ‘compagno di viaggio’, ma questo può indurci a sottovalutare quanto possano essere intollerabili il peso della solitudine e la morte della speranza: in una parola, la stanchezza e la disperazione di non farcela più.
E, di pari passo con la comprensione del fatto che la depressione non è una deviazione mentale di individui troppo fragili di cui è vergognoso parlare, ma una vera e propria sindrome con cause reali, diagnosi, e concreta possibilità di cura, è divenuto importante riconoscere ed affrontare il particolare tipo di depressione indotta dal parto e dal trauma che su un numero significativo di donne ciò esercita.
Per questo diventa importante non abbassare la guardia di fronte al problema ed è fondamentale costruire una rete di azioni di sostegno concrete che, senza la pretesa di eliminarne alla radice tutte le cause e di essere una soluzione per ogni donna, diano almeno la convinzione che la gravità del problema è nota e non viene sottovalutata. Ed è in questa direzione che va letto l’impegno di sensibilizzazione e di attenzione che l’evento “Un fiocco in Azienda” – indicando l’inizio di un percorso e non solo un semplice momento di attenzione da parte del Gruppo Donne Manager – ha voluto esprimere.
In caso contrario, oggi e nei prossimi anni il nostro stupore non dovrebbe essere alimentato solo dalla gravità dei numeri già molto preoccupanti che sono stati presentati durante la serata, ma dal fatto che quei numeri non siano ancora più elevati. E, certamente, un peggioramento della situazione sarebbe lo sviluppo più probabile che dovremmo prevedere, se continuassimo a tenere gli occhi chiusi rinviando indefinitamente la realizzazione di soluzioni efficaci.



mi piace questa iniziativa, anche se nel nostro caso il tutto avviene in maniera molto “naturale” e tutte le donne che hanno avuto figli sono rientrate in serenità al lavoro. Ad esempio nella nostra realtà aziendale (abbiamo circa 100 dipendenti di cui il 70% donne) c’è molta attenzione al benessere in azienda, recentemente ho sottoscritto un accordo -economicamente vantaggioso per il dipendente- con uno studio di psicologhe proprio al fine di supportare i nostri collaboratori (pensiamo ad esempio il superamento di un lutto, ma anche la fragilità di una madre dopo il post-partum ecc,) e sicuramente è un argomento “tabù” (chi mai vuole ammettere di avere necessità di un supporto?) ma è pur sempre una iniziativa che mi sono sentita in dovere di portare avanti perchè l’ho vissuta sulla mia pelle come necessaria durante la mia seconda gravidanza. Un altra situazione che consiglio alle aziende è la giornata dei “bimbi in ufficio” è davvero appagante per tutti .. i piccoli vedono il luogo di lavoro dei genitori, e l’imprenditore ha l’opportunità di conoscere la propria “famiglia allargata”. Altre info su come viviamo la nostra realtà aziendale le potete trovare all’interno del mio libro “Come sopravvivere alla propria azienda, essere madre, moglie e se stessa oltre che Presidente” -www.este.it-. molti saluti a tutti MONICA TIOZZO
16 febbraio 2011 alle 14:47